Per qualsiasi terapia odontoiatrica – e medica o chirurgica in generale – occorre formulare una diagnosi, cioè identificare la malattia o il problema che insorge nella cavità orale. Se un paziente ha mal di denti, per esempio, l’odontoiatra può scoprire, durante la visita dentistica, una carie: ecco formulata una diagnosi dai segni inequivocabili riscontrati sul dente.

Sulla base della diagnosi l’odontoiatra può elaborare un piano di cure (nel caso citato rimozione del materiale cariato, medicazione e otturazione). La diagnosi è quindi un elemento fondamentale per il trattamento odontoiatrico e si basa su una visita specialistica, che comprende:

  • anamnesi (storia clinica del paziente)
  • esame della cavità orale (per individuare il problema dentale)
  • esami complementari (radiografie, ecc.)

A volte non è possibile formulare una diagnosi con i cosiddetti pazienti non collaborativi.

Chi sono i pazienti non collaborativi?

Sono tutti quei pazienti che ricadono nella categoria dei “pazienti con bisogni speciali”: persone, cioè, che per gravi disturbi mentali (o altre caratteristiche impedenti) non hanno la possibilità di comunicare con il dentista:

  • Pazienti disabili
  • Pazienti con disturbi dello spettro autistico
  • Pazienti con malattie neurologiche
  • Pazienti con morbo di Alzheimer
  • Bambini molto piccoli non collaboranti

Questi pazienti non permettono all’odontoiatra di eseguire la visita dentistica, né tantomeno di sottoporsi alle radiografie. Spesso non è neanche possibile affidarsi alle informazioni degli accompagnatori, perché anch’essi hanno difficoltà a comprendere i sintomi dei loro familiari o assistiti.

Ne risulta, quindi, l’impossibilità di effettuare le cure dentali a simili pazienti, con la conseguenza disastrosa di un graduale – e a volte rapido – peggioramento del problema dentale.

Anestesia totale: una soluzione per pazienti non collaborativi

Sì, esiste una soluzione per poter offrire ai pazienti con bisogni speciali le dovute cure dentali, un’opzione terapeutica che finalmente rende possibile effettuare qualsiasi trattamento odontoiatrico: l’anestesia generale o la sedazione profonda per via endovenosa, eventualmente anche solo per estrarre dei denti da latte.

È appropriata l’anestesia totale per le cure dentali? Se pensi che possa essere perfino sproporzionata – siamo abituati ad associare l’anestesia totale agli interventi chirurgici in ospedale – a volte è l’unica alternativa che ha il dentista per curare infezioni, ascessi ricorrenti, fistole e altre problematiche della cavità orale.

Quando un odontoiatra ha di fronte un paziente “fragile”, un paziente non collaborativo, è costretto a operare in uno scenario al limite dei confini della deontologia medica e deve condividere con il rappresentante legale di questo paziente le strategie terapeutiche più efficaci, appropriate e proporzionate da mettere in atto (artt. 16 e 32 del Codice di Deontologia Medica, 2014).

Una volta ho dovuto operare una paziente di 91 anni affetta da morbo di Alzheimer e sono stato costretto a estrarre 18 denti distrutti, gravemente compromessi e non recuperabili: ho però potuto comunicarlo ai figli solo alla fine dell’intervento chirurgico!

Anestesia totale e tempestività di intervento

Il dentista deve comunque procedere tempestivamente alle cure odontoiatriche ritenute indispensabili e indifferibili, perché deve in primo luogo perseguire il miglior interesse del paziente, anche in assenza di dichiarazione anticipata di trattamento, ma tenendo presente sempre la sicurezza del paziente e l’adesione alle buone pratiche cliniche (artt. 14 e 38 del Codice di Deontologia Medica, 2014).

La tempestività di intervento assicura al paziente un idoneo trattamento odontoiatrico, che non sarebbe possibile con le consuete procedure effettuate in uno studio dentistico.